Da Shakespeare a Patrick McGrath. Un book club italiano a Londra e il rischio di credere troppo facilmente a una storia ben raccontata.
Qualche giorno fa ho partecipato a un book club italiano a Londra.
Il libro era Follia, di Patrick McGrath. Un romanzo di amore, gelosia, ossessione e, naturalmente, follia.
Ho scelto di lasciare questo articolo in italiano. È la lingua in cui si è svolta la discussione da cui è nato. E, trattandosi di una riflessione su come raccontiamo e interpretiamo le storie, mi sembrava giusto conservare, almeno questa volta, la lingua della conversazione originale.
C'era molto di cui discutere.
Ma una delle domande più interessanti della serata non riguardava i personaggi.
Riguardava chi ci racconta la loro storia.
E se il narratore non fosse affidabile?
Non necessariamente perché mente.
Forse perché non conosce tutta la verità. O perché è convinto di conoscerla.
Un uomo che sembra sapere tutto
In Follia la storia ci viene raccontata da Peter Cleave, uno psichiatra.
Un uomo istruito, competente, abituato a osservare il comportamento umano. Analizza le ossessioni degli altri, ricostruisce gli eventi e propone spiegazioni.
È il tipo di persona alla quale siamo inclini a credere.
Dopotutto, è un esperto.
Ma procedendo nella lettura emerge un dubbio.
Peter non è un osservatore del tutto estraneo alla vicenda. Ha sentimenti, interessi e convinzioni personali.
E soprattutto non ha assistito a tutto ciò che racconta.
Come conosce, allora, i pensieri e le intenzioni degli altri?
Quanto dipende dalle testimonianze ricevute? E quanto dalle proprie interpretazioni?
McGrath non ci offre una risposta semplice.
Ci mette invece nella scomoda posizione di dover giudicare l'attendibilità dell'uomo che ci fornisce gli elementi per giudicare.
Un problema piuttosto serio.
Shakespeare aveva una domanda migliore
Ripensando alla nostra discussione, mi è tornato in mente Shakespeare.
Nell'Enrico IV, parte prima, Owen Glendower afferma di poter evocare gli spiriti dalle profondità della terra.
Hotspur gli risponde:
“But will they come when you do call for them?”
Ma verranno davvero, quando li chiamerai?
Magnifico.
Glendower rivendica un potere straordinario. Hotspur non gli chiede di spiegarlo meglio. Gli chiede se funziona.
Una semplice domanda separa l'affermazione dalla sua verifica.
Con McGrath il problema diventa ancora più interessante.
Non dobbiamo soltanto domandarci se ciò che Peter racconta corrisponda ai fatti.
Dobbiamo chiederci anche come Peter sia arrivato a conoscerli.
Shakespeare, attraverso Hotspur, ci invita a mettere alla prova una pretesa.
McGrath ci invita a esaminare anche chi la formula.
Tre narratori. Tre problemi diversi.
La letteratura ci offre altri esempi interessanti.
Ne La coscienza di Zeno, Italo Svevo presenta un protagonista abilissimo nel trovare spiegazioni per i propri comportamenti.
Zeno racconta la propria vita, ma non è sempre capace di distinguere la comprensione dall'autoassoluzione.
E c'è un dettaglio meraviglioso: il suo psicoanalista pubblica quelle memorie per vendetta.
Neppure il medico, quindi, è un osservatore particolarmente neutrale.
In Quel che resta del giorno, Kazuo Ishiguro ci presenta Stevens, un maggiordomo inglese che ricorda la propria esistenza attraverso il linguaggio del dovere e della dignità professionale.
Stevens non deve necessariamente inventare i fatti per risultare inattendibile.
Basta ciò che fatica a riconoscere di se stesso.
Poi c'è Lolita, di Vladimir Nabokov.
Qui il problema è diverso e molto più deliberato.
Humbert Humbert possiede una straordinaria abilità narrativa. Usa il linguaggio per manipolare la percezione del lettore e cercare di giustificare gli abusi commessi contro Dolores Haze.
Una prosa brillante può rendere persuasiva anche una ricostruzione profondamente distorta.
Tre libri. Tre meccanismi differenti.
Razionalizzazione. Autoinganno. Manipolazione.
Non tutte le storie inattendibili nascono da una bugia. E non tutte le bugie sono facili da riconoscere.
Fuori dai romanzi non siamo molto diversi
Immaginiamo un manager che spiega il fallimento di un progetto.
Le risorse erano insufficienti. Il mercato è cambiato. I tempi erano irrealistici.
Una spiegazione perfettamente plausibile.
Ma cosa manca?
Forse alcune decisioni sbagliate. Forse segnali ignorati. Forse informazioni che il manager non ritiene rilevanti.
Oppure pensiamo a due persone che raccontano lo stesso litigio.
Entrambe ricordano perfettamente ciò che l'altra ha detto.
Entrambe sono meno precise quando devono riferire le proprie parole.
Non è necessariamente disonestà.
È anche il modo in cui funzionano la memoria, gli interessi personali e la nostra necessità di dare un senso alle cose.
La sincerità non garantisce l'accuratezza.
E la competenza non garantisce l'imparzialità.
Questo non significa che non dobbiamo fidarci di nessuno.
Significa che la fiducia, da sola, non sostituisce la verifica.
E noi lettori?
Quella sera al book club mi sono portato a casa una domanda.
Non tanto se Peter Cleave fosse davvero un narratore inaffidabile.
Ma perché fossimo così disposti a considerarlo affidabile.
Perché è uno psichiatra?
Perché parla con sicurezza?
Perché la sua interpretazione è coerente?
O semplicemente perché è lui a raccontare la storia?
Forse è proprio questo il piacere di un buon book club.
Si arriva convinti di aver capito un libro. Poi qualcuno propone un'interpretazione diversa, individua un dettaglio trascurato o pone una domanda alla quale non avevamo pensato.
E il libro cambia.
Non perché siano cambiate le parole.
Ma perché abbiamo imparato a leggerle diversamente.
Shakespeare ci lascia una domanda formidabile:
But will they come?
McGrath ne suggerisce un'altra:
Come fai a sapere che le cose siano andate proprio così?
Io ne aggiungerei una terza:
E che cosa potrebbe convincerti che ti stai sbagliando?
Forse il buon giudizio comincia da qui.
Non dal sospettare di ogni storia.
Ma dal riconoscere la differenza fra ciò che è accaduto, ciò che qualcuno racconta e ciò che noi decidiamo di credere.
Anche quando quel qualcuno siamo noi stessi.
Phronesium
Better questions. Better judgement. Better decisions.

